L’abitato di Parre

L’abitato di Parre

Il Castello, sembra essere quello che fonti antiche chiamano “Parra Oromobiorum Oppidum” (Parra centro fortificato degli Oromobi o Orobi); sorgeva infatti su un terrazzo fluviale in una posizione naturalmente difesa e strategica per il controllo delle vie di transito e dell’accesso alle risorse, soprattutto minerarie che sono particolarmente abbondanti in questa parte della Valle Seriana.

La vocazione del sito come luogo dominante è confermata dal toponimo Castello: spesso infatti questo nome conserva la memoria dell’esistenza di sistemi insediativi d’altura protostorici, senza riferirsi necessariamente alla presenza di un castello medioevale.

L’importanza del sito era nota già nell’Ottocento; proprio in questo luogo infatti, durante i lavori agricoli, venne alla luce un accumulo di manufatti bronzei, per lo più frammentari, deposto in un pozzetto nel V secolo a.c. e interpretato dagli archeologi come il ripostiglio di un artigiano fonditore.

Solo però dal 1983 al 1994 sono state effettuate campagne di scavo da parte della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Lombardia, al fine di indagare il ricco deposito archeologico: quello che vedete oggi valorizzato nel sito archeologico e nel museo aperti al pubblico, sono solo una porzione dell’abitato, considerata la più significativa per testimoniare la storia della sua lunga vita.

 

Tracce dell’età del bronzo – La metallurgia

Tracce consistenti di un insediamento risalente alla fine dell’età del Bronzo (secoli XIII-X a.C.) sono state rinvenute in località Botti. I manufatti ritrovati e le strutture testimoniano che qui si svolgeva attività metallurgica: estrazione del rame dai minerali, fusione e colatura in matrici di pietra. Questa attività artigianale proseguì poi al Castello, dove venivano lavorati il rame che legato allo stagno forniva il bronzo e, a partire dalla seconda età del Ferro, il piombo, probabilmente sfruttando i giacimenti metalliferi del vicino Monte Trevasco.

 

L’età del ferro – L’abitato

I dati archeologici raccontano che l’abitato del Castello di Parre venne fondato sul finire dell’età del bronzo/inizi dell’età del Ferro. Le strutture più antiche individuate erano connesse ad un inghiottitoio naturale che doveva avere funzioni cultuali: in esso infatti sono stati ritrovati alcuni recipienti interpretati come deposizioni votive.

Più fasi costruttive testimoniano la vita dell’abitato durante l’intera età del Ferro; tutte le abitazioni indagate aderiscono al modello della “casa alpina”: di forma quadrangolare, infossata rispetto al piano di calpestio esterno, con i muri perimetrali costituiti da uno zoccolo di pietra da cui si doveva elevare un alzato in legno. I pavimenti erano in terra battuta e potevano essere coperti o meno da un tavolato ligneo, da argilla scottata o da lastre di pietra. Non sappiamo nulla di come fosse il tetto. Sulla base dei dati di scavo si ipotizza che fosse in scandole di legno o paglia; le continue trasformazioni subite dal sito hanno permesso la conservazione delle case solo al livello dei pavimenti e dei muri in pietra. Da alcuni particolari costruttivi e dalla sequenza stratigrafica del deposito al loro interno si ipotizza che esse fossero dotate di un piano rialzato.

Una sepoltura di infante e una fossetta votiva della fine dell’età del Ferro ci fanno intravedere aspetti della ritualità antica: la prima si trovava all’interno di un’abitazione, secondo un costume diffuso in ambito alpino centro orientale; il bambino era inumato con un corredo di recipienti ceramici tra cui spicca un piccolo vaso recante un’iscrizione, forse il nome del defunto.

La fossa votiva, in cui sono stati ritrovati caratteristici boccali di tipo alpino, metallici e di pasta vitrea, è forse connessa ad un rito di fondazione o ristrutturazione di una casa, in quanto adiacente ad essa. Probabilmente in virtù delle risorse minerarie di cui dispone, Parre in questo period, si colloca all’interno di una fitta rete di traffici commerciali con le popolazioni limitrofe, centro-alpine e celtiche. L’esistenza tangibile di questi contatti si può leggere in particolari oggetti che rimandano a culture presenti in altri territori: per esempio il vasellame e gli ornamenti caratterizzati da forme specifiche. Il ruolo di centro di scambi rivestito dall’insediamento è inoltre dimostrato dalla compresenza di moneteemesse da zecche differenti (dracme galliche e monetazione romana repubblicana) giunte qui anche da luoghi lontani.

Nel corso degli scavi si sono rinvenuti reperti di pietra, ceramica, osso che recano iscrizioni in alfabeto “nord-etrusco”; tali testimonianze dimostrano che, nell’età del Ferro, si è diffusa a Parre la scrittura.

 

La ripresa dell’abitato – L’età romana

Il sito di Parre fu abbandonato alla fine del I secolo a.C., quando i Romani conquistarono le Alpi: con il loro arrivo probabilmente l’organizzazione territoriale subì profondi mutamenti, rendendo il sito del Castello poco funzionale. Dalla fine del II secolo d.C. al V d.C. l’altura fu nuovamente popolata, forse con funzioni militari, come potrebbe indiziare la presenza di particolari monete usate per il salario dei soldati. Le abitazioni di epoca romana, assai simili a quelle protostoriche, si differenziano per la tecnica costruttiva che prevede l’uso di pietrame di minori dimensioni, soprattutto ciottoli fluviali e che adotta le innovazioni portate dai conquistatori: la malta e i laterizi.

Parre e i Von Par

Dopo accurate ricerche storiche Parre ha riscoperto le vicende della nobile famiglia Belliboni, originari di Casnigo, divenuti Baroni di Parre; dopo la dedizione della Val Seriana alla Serenissima Repubblica (1428)rimasero titolari di un vasto patrimonio terriero e continuarono ad essere importanti uomini d’affari.

I componenti di un ramo di questa famiglia, quello di Marco, preferirono seguire l’imperatore Massimiliano I nei Paesi Bassi e poi nell’Austria-Ungheria, diventando così i Paar, maestri delle Poste dell’Impero asburgico.

Dotati di coraggio, di spirito di iniziativa e di capacità organizzative, i Paar assunsero cariche sempre più importanti monopolizzando l’organizzazione postale ed estendendo il servizio in vaste porzioni dell’impero. Così, nella prima metà del Settecento, Johan Cristoph Paar era maestro delle poste a Vienna, in Austria e in Boemia. Con gli incarichi postali i Paar acquisirono anche titoli onorifici. Anche dopo la cessione del servizio postale allo stato i Paar conservarono il titolo di Principi e di Conti, ricoprendo cariche prestigiose al servizio degli Imperatori austriaci, con residenza a Vienna e a Bechygně. 

I contatti con i Paar, già invocati dai Parresi durante le burrascose vicende del 1799, si sono infine realizzati nel maggio 2002 con il “ritorno” a Parre del Principe Alfonso, del Conte Carlo e della Contessa Eleonora che sono stati insigniti della cittadinanza onoraria di Parre. Dopo un altro significativo incontro nell’agosto 2013 è apparsa evidente l’intenzione dei Parresi e dei Paar a continuare insieme una straordinaria “storia”.

 

Le Miniere

Anche se si possono ancora rinvenire tracce di “assaggi” al Monte Alino, parlar di miniere a Parre vuol dire sopratutto pensare ai giacimenti di zinco del Monte Trevasco, verso cui si indirizzò l’attenzione di imprenditori italiani e stranieri alla fine dell’Ottocento.

Il Monte Trevasco fa parte di un distretto minerario già conosciuto ai tempi del Medioevo e forse fin dal tempo dei Romani: difatti esistono cunicoli fatti a mano e sono ancora visibili vecchi lavori.

L’attività più intensa si è sviluppata negli ultimi decenni dell’Ottocento e nella prima metà del Novecento; dopo vari tentativi di ripresa l’attività produttiva si è poi inesorabilmente interrotta nel 1981. Lungo i fianchi del monte sono ancora evidenti gli ingressi di varie gallerie e le discariche del materiale non utilizzabile: i livelli si chiamano Val Galena, Alfa, Torino, Sèrèt, Zan, Benedecc’, Santa Barbara.

Insieme con gli impianti in fondo alla Val Dossana, presso Piazza Rossa, con il ponte che collega il versante di Parre con quello di Premolo, queste “presenze” sono oggetto di progetti, in parte eseguiti, in parte ancora da realizzare, per la messa in sicurezza e la valorizzazione di questo patrimonio storico.

Ol Costöm

È impossibile stabilire con precisione l’origine del costume di Parre, già in uso a partire alla fine del ‘600. Sembra documentato il suo significato originario devozionale.

Lo storico Bergamasco Antonio Tiraboschi nel 1864 definiva così l’abbigliamento Parrese: “il vestiario si compone di tela, di mezza lana, di nastri e merletti, tutte cose comuni, ma indosso a un Parresco hanno un significato che non hanno indosso ad altri”.

Oggi la tradizione del costume è portata avanti sia dal gruppo folkloristico Lampiusa, che dal 1968 ripropone balli tradizionali in Italia e all’estero oltre ad organizzare gemellaggi, festival e la tradizionale “Sagra del capù”nella prima settimana di agosto, sia dall’associazione culturale denominata “Costöm de Par” con varie iniziative.

Ol Gaì

Il Gaì è un dialetto parlato dai pastori bergamaschi e bresciani, principalmente usato in Val Seriana e Val Camonica. Si tratta di un linguaggio particolare, come un codice, ormai quasi scomparso, comune tra tutti coloro che svolgevano un’attività in cui lo spostarsi era un elemento fondamentale come accadeva ai pastori che praticavano la transumanza.

Il dialogo in Gaì si distingue dalla comune parlata bergamasca per la lentezza del suo proseguire, per il tono della voce, per l’uso continuo di sottintesi, perifrasi, doppi sensi che supplendo alla propria povertà lessicale lo rende incomprensibile a chi non lo conosce.

Un linguaggio criptico dove la mimica del volto integra e spiega le pause e i silenzi dei dialoganti: il Gaì non si parla, si recita. Lo storico Antonio Tiraboschi definisce il Gaì “un linguaggio convenzionale che i pastori di Parre usano quando non vogliono essere compresi, nel Gaì si trovano voci tedesche come sdèghenJosméssen. Attualmente il Gaì è quasi del tutto scomparso, ma si conservano ancora molte parole nella normale “parlata Parresca”.

I pastori di Parre

Chi non ne ha mai sentito parlare? La vocazione alla pastorizia qui risale per lo meno al 16° secolo e, secondo alcuni documenti, all’inizio del ’700 erano ben 30.000 le pecore di proprietà dei pastori di Parre. Ogni anno tutte le greggi effettuavano un viaggio memorabile, la transumanza, verso i pascoli della Svizzera, attraverso il famoso “Sènter di Castrù. Punto tradizionale di partenza era la “fontana dei gran mercati” (i Funtanì di grancc mercàcc) che di trova in val Dossana ed è praticamente una strettissima gola dove le pecore erano costrette a passare una ad una.

Casa Della Pierina

La casa della Pierina: una casa dove il tempo si è fermato ai primi del Novecento. La proprietaria, nota in paese come “la Pierina”, vi ha sempre vissuto col padre falegname e morì nel 2010 all’età di 90 anni lasciando ai suoi eredi un patrimonio materiale che testimonia concretamente lo stile di vita agli inizi del secolo scorso, senza gas, senza luce, con un pagliericcio di foglie secche e con una latrina esterna. Tutti gli oggetti e gli utensili che la signora Pierina utilizzava quotidianamente sono rimasti collocati nelle stanze dove venivano usati: appunti e riviste di moda, disegni, pizzi e nastri utili al suo lavoro di sartoria; i quaderni della scuola; i libri che amava leggere e i libretti di alcune opere musicali che testimoniano i suoi interessi di ampio respiro. La signora Pierina Bossetti è vissuta così fino alle soglie del nuovo secolo. Sulla scrivania ancora giacciono i suoi appunti e le sue lettere a ricordare i tempi che furono, ma non solo: anche vestiti, copriletti ricamati, stoviglie anni ‘20 e attrezzi rurali di vita quotidiana. Una casa museo dove i visitatori potranno sentire l’atmosfera del secolo passato.

La casa è visitabile solo durante alcuni eventi organizzati durante l’anno: a fine giugno in occasione di “Sapori e tradizioni” e a metà agosto per la “Sagra degli Scarpinocc” oppure su prenotazione chiamando il 331.7740890.

Via Quintavalle 8c – 24020, Parre (BG) Italia.

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